VANITY FAIR

L’ansia ti viene quando guardi le foto del sito www.cryotissue.com.
La prima rappresenta un ovaio di neonata, liscio e rosa come una caramella. Segue ovaio in età puberale (15 anni), con chiazze già più scure. Ma è la terza foto che non vorresti (dovresti) mai vedere: ovaio in età adulta (30 anni), una massa bitorzoluta che è il ritratto della decadenza. Ti fermi qui e  non riesci nemmeno a guardare l’ultima immagine, quella dell’ovaio post-menopausa, che magari ti consolerebbe. Tu che hai dai 30 ai 35 anni e che sei nel pieno della tua carriera, ma va bene così perché non hai ancora sentito la voglia di fare un figlio; tu che magari la voglia di un figlio ce l’avresti, ma non hai un compagno; tu che hai appena divorziato e l’idea di una famiglia non è mai stata così lontana, hai in testa una sola domanda: ma è possibile che io sia già al limite del mio tempo? Seconda domanda: posso fare qualcosa che non sia farmi mettere incinta dal primo che incontro?

La biologa Raffaella Fabbri, 52 anni, ricercatrice dell’Università di Bologna, un’alternativa l’avrebbe. La tecnica che ha messo a punto quattro anni fa, prima al mondo, si chiama «congelamento degli ovociti umani»; consiste nel prelevare ovociti da una donna, congelarli e poi, non momento in cui si desidera una gravidanza, scongelarli, fecondarli e reimpiantarli nell’utero. Ovviamente la ricerca italiana è stata portata avanti per aiutare le donne con patologie che rischiano di compromettere la fertilità, le uniche ammesse al trattamento. In America, invece, dove non ci sono limiti di legge, la tecnica della Fabbri è utilizzata anche in donne sane preoccupate dall’orologio biologico.
A New York la dottoressa Christy Jones (vedi pagina 88), rifiutando il business, ha fondato una società che mette la tecnica a disposizione di qualsiasi donna decisa a tenersi aperta, per un futuro ipotetico, la strada alla maternità.

Partiamo dall’Italia: da quanto tempo si pratica, da noi, il congelamento degli ovociti?
«La prima gravidanza è avvenuta nel 1980, ma per molti anni la ricerca non ha investito molto su questa tecnica; primo perché al congelamento sopravviveva meno del 30% degli ovociti, poi perché si è preferito congelare gli embrioni che sono più resistenti».

Quando sono cambiate le cose?
«Nel 2000 ho scoperto che, utilizzando una maggiore quantità di zucchero nel processo di congelamento, si otteneva una sopravvivenza media dell’85%. La vera diffusione della tecnica è però iniziata solo nel 2004, con l’entrata in vigore della legge sulla fecondazione assistita, che vieta il congelamento degli embrioni; a questo punto congelare gli ovociti è rimasta l’unica strada percorribile».

Non voterà allor per modificare la legge, ai referendum.
«No di certo, a me la legge va bene così. E poi, anche se andasse cambiata, trovo assurdo che sia la gente comune a decidere su argomenti così tecnici e complessi; perfino noi addetti ai lavori, a volte, abbiamo dei dubbi».

La percentuale di successo, partendo dal congelamento di ovociti è simile a quella ottenuta con gli embrioni?
«In generale, la fecondazione assistita va a buon fine solo nel 25% dei casi. Quando si parte dall’ovocita congelato la percentuale è ancora più bassa, 16-18%, ma la tecnica può ancora essere affinata, ad esempio, imparando a selezionare gli ovociti più resistenti. Il suo vantaggio è un altro: non essendo fecondati sono solo cellule e possono essere buttate se non servono più; non può dirsi altrettanto degli embrioni: in Italia ne abbiamo migliaia congelati e nessuno ci ha ancora detto che fine faranno».

E’ al corrente del fatto che in America la sua tecnica è usata anche da donne sane per pianificare una gravidanza futura?
«Sì, l’ho saputo».

Quale è stata la sua reazione?
«Non sono ideologicamente contraria. Trovo che, se esiste la possibilità, ogni donna debba scegliere. Disapprovo solo le mamme-nonne; il caso di quella rumena di 67 anni mi fa inorridire».

Le hanno chiesto un’autorizzazione per utilizzare la sua tecnica?
«No. Io ho un brevetto valido anche a livello internazionale, ma l’ho ceduto alla società danese Medicult che ha messo in commercio un kit per il congelamento degli ovociti. L’ho fatto gratuitamente: a me interessa solo che la tecnica si diffonda il più possibile».

Conosce la dottoressa Jones?
«Sì. Ci siamo incontrate l’anno scorso a un convegno in Europa; era molto interessata alle mie ricerche, ma non mi ha detto che voleva farne un business».
Business che potrebbe diventare miliardario.
«Possibile. Tenga però presente che una donna sana deve sottoporsi a un processo piuttosto duro: una terapia ormonale per stimolare la produzione ovarica, un’operazione chirurgica per il prelievo degli ovociti e un’altra per il reimpianto. Senza contare i costi».
Si parla di almeno 15 mila dollari. E in Italia?
«In una struttura pubblica nulla, in un centro privato tra i 4 e i 5 mila euro. Al trattamento, comunque, sono ammesse solo le donne con patologie che rischiano di renderle infertili: soprattutto nel caso di tumori, perché la chemio e la radioterapia provocano la menopausa».

Le dispiace che la tecnica non sia accessibile alle donne sane?
«È una possibilità in meno».

Oggi su che cosa sta lavorando?
«Sul congelamento del tessuto ovarico: preleviamo un pezzo di ovaio che, quando viene reimpiantato, può tornare a produrre steroidi, escludendo una condizione di menopausa; se si ha un po’ di fortuna, si può anche sperare in una gravidanza naturale. Congelare l’ovaio è utile nei casi in cui la paziente rischia di perdere la fertilità e non può sottoporsi a stimolazione ovarica: le bambine, ad esempio. Abbiamo congelato, ma non siamo ancora passati alla fase di reimpianto».
Ritardare la menopausa rischia di trasformarsi in un affare ancora più grande dell’altro. Ha avuto richieste di utilizzo commerciale della tecnica?
«Sì; ma ovviamente ho rifiutato».
Dottoressa Fabbri, lei ha figli?
«No. Quando ero giovane pensavo solo al lavoro e poi non ci sono state più le condizioni ideali».
Avrebbe potuto mettersi da parte qualche ovocita.
«No, il mio desiderio di maternità non è mai stato così forte. In compenso ho fatto congelare l’ovaio della mia cagnetta quando l’ho fatta sterilizzare. Il veterinario mi ha guardata male, pensava volessi clonarla. Invece la mia era solo curiosità scientifica».

«QUANDO HO FATTO

CONGELARE L’OVAIO

DELLA MIA CAGNETTA

IL VETERINARIO MI HA

GUARDATA MALE: PENSAVA

CHE VOLESSI CLONARLA»

 

 



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