SALVE

Trapianto di tessuto ovarico: un po’ di chiarezza
Si è fatto un gran parlare di questo intervento. Ma in che cosa consiste e a chi è destinato? Ne parliamo con una specialista italiana impegnata su tale fronte

La strada verso la ricerca della maternità sì è arricchita, come ha diffuso la recente stampa, di un nuovo fronte: il trapianto di tessuto ovarico. A concretizzare questa via, destinata alle pazienti problematiche (quelle affette da patologie tumorali o da malattie infiammatorie autoimmuni, ha provveduto l’americano Kutluk Oktay, del New York Methodist Hospital, che ha eseguito l’avanguardistico Intervento su due donne. E proprio noi di Salve avevamo anticipato nel marzo di quest’anno i retroscena di tale operazione: già, perché trapianto di tessuto ovarico significa, ancor prima, congelamento. E su questo versante l’attività della ricerca italiana ferve alquanto. la dottoressa Raffaella Fabbri del Servizio di fisiopatologia della riproduzione umana della Clinica ostetrica e ginecologica 1 dell’Università di Bologna (diretto dal professar Stefano Venturoli) – ci spiega come stanno le cose: «Il passo compiuto da Oktay è il punto di approdo di una metodica che prevede l’iniziale congelamento di frammenti di ovaio (non l’ovaio nella sua interezza. si badi bene). Da quali donne andiamo a prelevare questo tessuto e perché? Candidate sono le giovani pazienti alle prese con patologie impegnative, come tumori, artrite reumatoide, lupus … Donne, cioè, nelle quali le lunghe e pesanti terapie messe in atto per contrastare tali affezioni finiscono purtroppo per gravare sulle funzioni delle ovaie, compromettendole irrimediabilmente. E compromettendo anche la possibilità di diventare mamma, una volta archiviata la malattia». Da qui, l’idea: preservare frammenti di ovaio e congelarli prima che la chemioterapia e la radioterapia facciano il loro giusto ma massiccio dovere. E’ ciò che si fa nel Centro universitario-ospedaliero bolognese. «Una volta risolti i problemi di salute della paziente, il passo successivo», riprende la dottoressa Fabbri, «è quello di reimpiantare il tessuto ovarico scongelato. Dove? Nella sua naturale sede (In cavità addominale) o nello spessore di un muscolo, come il deltoide o il retto dell’addome». Oktay ha voluto vagliare entrambe le possibilità: l’una su una paziente e l’altra (sotto la cute del braccio) sulla seconda. E adesso? A cosa punta la sperimentazione? «innanzitutto il tessuto ovarico reimpiantato – com’è stato possibile rilevare nei due soggetti operati da Oktay – è In grado di assicurare all’organismo femminile la produzione di ormoni. E poi rappresenta un micro-serbatoio di ovociti, di uova. Uova cioè che successivamente potranno essere prelevate e sottoposte alle tecniche di fecondazione in vitro. Insomma, il nostro programma vuole restituire a queste pazienti provate da patologie serie la toro funzionalità ovarica e la speranza di procreare».



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