LA STAMPA

Il racconto della prima italiana protagonista di un caso di crioconservazione

LA MADRE DEL RECORD

“Così è nato il mio Luca, venuto dal freddo dopo la lotta al linfoma”

 

Fabio Di Todaro

TESTIMONIANZA
La richiesta è una sola: garantire l’anonimato, suo e del bambino. «Alla mia riservatezza s’è aggiunta la necessità di tutelare la privacy della famiglia». Ma Sofia – questo il nome di fantasia scelto dalla prima italiana che ha portato a termine una gravidanza dopo aver crioconservato il proprio tessuto ovarico e superato un linfoma non Hodgkin – ha voglia di parlare. «Penso che possa essere utile alle altre giovani donne che stanno combattendo contro il cancro. Il caso mi ha fatto ammalare, ma mi ha fatto incontrare le persone che mi hanno curato e regalato la possibilità di diventare mamma».

Luca (anche questo è un nome di fantasia) è nato a Brescia il 25 luglio: nello stesso giorno in cui, 40 anni fa, arrivò al mondo Louise Brown, la prima nata «in provetta». La concomitanza è eccezionale, perché a fare il paio sono due delle opportunità che la scienza offre a chi ha difficoltà riproduttive. Ma le differenze sono molte di più delle analogie. Questo è un caso a sé. Si parla infatti di una donna che avuto un figlio dopo essersi ammalata di cancro: un linfoma non Hodgkin diagnosticato al terzo stadio. E che, sebbene ora si parli con più frequenza di preservazione della fertilità dalle cure oncologiche, si è sottoposta ad un percorso che, nel nostro Paese, ha dato per la prima volta il risultato sperato. La tecnica utilizza – applicabile anche a chi si ammala di tumore in età pediatrica – è la crioconservazione del tessuto ovarico.

Vi si ricorre quando non è possibile sottoporsi alla stimolazione ovarica, necessaria per il prelievo degli ovociti, per la natura della neoplasia (ve ne sono alcune «alimentate» dagli estrogeni: seno, utero, ovaio) o per l’impossibilità di procrastinare l’inizio delle terapie (se il tumore è troppo aggressivo). Con un intervento in laparoscopia si preleva una porzione di ovaio, sezionata poi in «fettine»: congelate singolarmente e portate a una temperatura di -196°C. A distanza di quattro o cinque anni dalla conclusione delle cure si possono poi reimpiantare uno o più lembi nella stessa sede per far «ripartire» la ghiandola e dare ossigeno alla speranza. Nel mondo sono poco più di 130 i bambini nati al culmine di questa procedura. «Luca» è il primo in Italia, se si eccettua Aurora: partorita a Torino da una mamma però talassemica, nel 2012.

Nello stesso anno Sofia si ammalò: era sposata da uno e nel mirino aveva la laurea in medicina. Nonostante gli studi nessuno le aveva mai parlato di questa opportunità. «Fu Cecilia Carbone, ematologa degli Spedali Civili, a farmela presente» racconta la donna a «La Stampa». Per provarci, però, era necessario rivolgersi al Sant’Orsola di Bologna: il centro italiano con la maggiore casistica di prelievo e conservazione del tessuto ovarico. Sofia, subito dopo aver ricevuto la diagnosi, mise le mani avanti con il marito. «Vorrei darti dei bambini, ma probabilmente non potrò». Un timore fondato, che rischiava di spedire in soffitta tutti i progetti. «Il giorno dopo, però, fu lui a darmi la forza per andare avanti». Urgeva mettersi in contatto con il policlinico, perché meno di una settimana più tardi sarebbero iniziate le terapie: dunque con ogni probabilità addio al desiderio di maternità. Il gruppo cordinato da Raffaella Fabbri, responsabile del laboratorio di crioconservazione di tessuto ovarico e colture cellulari, decise che la donna poteva essere idonea al prelievo del tessuto ovarico. La speranza era congelata, perlomeno. «Il mio sogno era immerso nell’azoto, in una biobanca: più di una volta ho pensato a quali avrebbero potuto essere le conseguenze di un furto, di un incendio, di uno sbalzo di tensione». Al ridursi dell’ansia di un’eventuale recidiva cresceva quella per il minimo intoppo che avrebbe potuto precludere l’arrivo di un figlio. «Ma alla fine mi ripetevo sempre che, indipendentemente dall’epilogo ne sarebbe comunque valsa la pena».

Il 2017 è stato l’anno chiave per Sofia: prima l’ok dei medici al reimpianto («Ne sono serviti due, non so se alla fine sia stato efficace il primo o il secondo»), poi la laurea, tre mesi dopo la gravidanza. Il ricordo di quelle ore è vivido: il primo test positivo, poi il secondo e, infine, la comunicazione data agli specialisti di Bologna che le avevano permesso di custodire questo sogno. «Speravo di ripagare il debito che avevo nei confronti di mio marito – ricorda -. La prima ecografia rappresentò la fine di un incubo. Alla fecondazione naturale è seguita una gravidanza priva di intoppi».

Sofia ha affrontato un parto spontaneo, peso e altezza di suo figlio sono stati subito nella norma. Il latte materno è la linfa che lo alimenta. Aspetti che non farebbero notizia se a monte non ci fosse un risultato scientifico eccezionale. «Alle donne voglio trasmettere questo senso di normalità: la mia storia è la dimostrazione che dal fondo si può sempre risalire».

Custodire la speranza di avere un figlio è decisivo quando ci si trova al bivio: sottoporsi o no ad ulteriori trattamenti per preservare la fertilità? «È una scelta che suggerisco anche a chi, quando scopre di avere un tumore non ha un partner. Così si sposta l’orizzonte della vita oltre la malattia e si è più determinati durante le cure». Sofia ora ha voglia di recuperare il tempo perduto. «Ambisco a diventare una radiologa: questa esperienza mi aiuterà ad essere più empatica con i pazienti». Quanto alla famiglia potrebbe non essere finita qui. «Proverò ad avere un altro figlio».

Il successo riporta in calce diverse firme, ma quelle di Cecilia Carbone, Raffaella Fabbri e Giuseppe Navoni (presidente Ail Brescia) merita una citazione a parte. «Il cancro non deve impietosire, è un incidente di percorso. Dopo la tempesta può comunque sbucare il sole».



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