La Repubblica

Nuovo impulso alla tecnica italiana contro l’infertilità. Consentirà anche di ricavare cellule staminali
Figli in provetta, l’ora degli ovociti
Veronesi dà via libera alla sperimentazione di Flamigni

MARIO REGGIO

ROMA – Via libera del ministro della Sanità Umberto Veronesi al professor Carlo Flamigni per la ricerca biologica e clinica sulla crioconservazione degli ovociti umani.
«Sono tre gli indizi che seguiremo: sostituire con la crioconservazione degli ovociti quella degli embrioni – spiega il professor Flamigni – rendere possibile la fertilità futura delle donne che la stanno per perdere in conseguenza di terapie antitumorali o interventi chirurgici, avere a disposizione ovociti residuali per la produzione di cellule staminali».
Il ministro Veronesi ha sottolineato l’importanza di «studiare l’utilizza della crioconservazione degli ovociti per evitare il rischio di sterilizzazione e impossibilità a procreare per molte donne».
Da anni il professor Flamigni sta sperimentando la tecnica della crioconservazione degli ovociti, «abbiamo fatto nascere 34 babini, ma sono ancora troppo pochi per poterla estendere anche se i risultati sono incoraggianti. All’inizio abbiamo avuto una serie di difficoltà – spiega Flamigni – con una media di 1.4 bambini su 100 uova mature congelate, contro i 3.6 di successi ottenuti con gli embrioni. Se riusciremo a diffondere questa metodologia avremo , in poco tempo 2.9 nascite. Un risultato non troppo lontano da quello ottenuto con gli embrioni. Inizieremo a lavorare dal prossimo settembre, intanto cercheremo di coinvolgere un numeri consistente di centri per la procreazione medico-assistita, e di arruolare un folto gruppo di genetisti».
La nuova ricerca dovrebbe mettere la sordina alle roventi polemiche sollevate dal mondo cattolico sull’uso degli embrioni nella fecondazione assistita. Ne è convinto anche il professor Umberto Veronesi: «Per mesi il dibattito è stato molto acceso e abbiamo rischiato d’impantanarci in diatribe senza via di uscita. Adesso con il protocollo sperimentale sugli ovociti, le riserve etiche e religiose di una parte degli italiani dovrebbero essere superate. La crioconservazione degli ovociti, infatti, non pone problemi perché l’ovocita è una cellula e non ha in se alcuna potenzialità, non può essere in nessun modo considerata una persona».
Ma la ricerca biologica e clinica affidata al professor Flamigni non è priva di ostacoli: «Fino ad ora siamo riusciti a conservare gli ovociti fino a 3 anni e mezzo – afferma Flamigni – adesso dovremmo arrivare a 5 – 6  anni, il tempo necessario per considerare una persona guarita da una malattia tumorale. Secondo passaggio delicato, evitare qualsiasi danno nelle fasi di congelamento e scongelamento dell’ovocita».

Bologna sono una quindicina le donne tra i 16 ed i 30anni che confidano nella nuova tecnica
Madri malgrado il tumore
La speranza viene dal freddo

MARIA AMANDUZZI

BOLOGNA – Affidano al freddo il sogno di diventare madri. Fanno congelare i loro ovociti perché un domani, quando la malattia sarà debellata, potranno portare a termine una gravidanza. Sono donne malate di tumore e sottoposte a pesanti cicli di chemioterapia, un trattamento che comporta il rischio di perdita irreversibile della fertilità. Fino a qualche tempo fa la sentenza per molte di loro era inappellabile: addio per sempre alla possibilità di diventare mamme. Ora non è più così. La speranza è nata al Centro di sterilità e fecondazione assistita dell’università di Bologna dove da qualche anno si sperimenta il congelamento degli ovociti. Anche a loro, soprattutto a loro, è stata offerta questa chance: affidare al gelo la possibilità di rinascita.
Sono una quindicina le donne che finora si sono sottoposte a questa tecnica. Sono arrivate da varie parti d’Italia, richiamate dalla promessa di un sogno. Sono giovanissime, con un’età che varia dai 16 ai 30 anni, in gran parte affette da una qualche forma di leucemia. Le prime lo hanno fatto tra il ’94 e il 95. Si sono messe nelle mani dei dottori del Centro, prima di iniziare a curare la loro terribile malattia. Si sono sottoposte alla stimolazione ovarica per produrre un numero sufficiente di ovociti, tra i 15 e i 20 ognuna, che poi sono stati in uno speciale liquido a bassissima temperatura dove vengono tutt’ora conservati. Adesso devono solo aspettare. Devono passare alcuni anni, infatti, prima che siano dichiarate fuori pericolo da oncologi ed ematologi. Ma per alcune di loro il traguardo è vicinissimo.
«Tra qualche mese le prime pazienti potrebbero essere pronte – annuncia Raffaella Fabbri, biologa del Centro bolognese a cui si deve anche la scoperta di un nuovo liquido che aumenta la sopravvivenza dell’ovocita congelato –. Si  scongelerà l’ovocita, che verrà poi inseminato artificialmente e reinserito nell’utero». Sarà probabilmente il primo caso al mondo di gravidanza assistita di una paziente oncologica. Per ora le donne aspettano, coltivando aspettative e speranze. Spesso telefonano ai dottori del Centro, vogliono informazioni sui loro ovuli  «La speranza di maternità ha consentito loro di affrontare con maggiore serenità il trattamento antitumorale» confida Fabbri.
Nel centro universitario bolognese la sperimentazione di ovociti congelati in donne sterili per natura o menopausa precoce ha già avuto un buon successo.  «Sono nati 33 bambini in questo modo e stanno tutti benissimo – spiega Carlo Flamigni, il padre della fecondazione assistita – Le percentuali di sopravvivenza degli ovociti congelati si avvicina a quella degli embrioni: ogni 100 uova congelate nascono 2,9 bambini, contro i 3,6 da embrioni». Sono ormai alcune centinaia le donne che si sono fatte conservare nel freddo gli ovociti, mentre una trentina hanno affidato al gelo piccole porzioni di tessuto ovarico. Ma in quest’ultimo caso la sperimentazione è ancora indietro ed è ostacolata anche da problemi etici.



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