La Repubblica

L’intervento choc a New York nel febbraio scorso. Nuove prospettive per la sterilità
Primo trapianto dall’ovaia
La donna in menopausa aveva congelato il suo tessuto

di GIOVANNI MARIA PACE

MILANO — Per la prima volta a una donna è stato trapiantato tessuto di ovaia. L’intervento apre nuove strade alla cura della sterilità e controverse prospettive nella conquista al femminile dell’eterna giovinezza. L’intervento è avvenuto in febbraio a New York per opera del dottor Kutiuk Oktay ma viene reso pubblico ora, in occasione del convegno della Società americana di medicina riproduttiva in corso a Toronto. Alla paziente, la ballerina americana Margaret Lloyd-Hart, è stato innestato tessuto prelevato da una delle sue stesse ovaie, rimosse in precedenza e congelate. L’innesto è avvenuto in una sede diversa da quella fisiologica ma in grado di assicurare buona probabilità di attecchimento. In futuro, invece di inserire frammenti di ovaio sotto il peritoneo o in altri punti dell’addome sarà possibile trapiantare l’ovaio completo e nella sua sede naturale. Ma l’operazione sarà più complessa di quella già compiuta per la necessità di riconnettere tutti i vasi sanguigni tramite una sofisticata microchirurgia. A New York è stato dunque eseguito un autotrapianto, che esclude problemi di rigetto, e non il trapianto dell’organo completo. Pur con questi limiti l’intervento si annuncia di indubbia utilità nelle donne che hanno subito l’asportazione delle ovaie per un tumore (purché sia possibile garantire che nel tessuto asportato, congelato e reimmesso non siano rimaste cellule cancerose) o nelle donne alle quali l’organo riproduttivo è stato tolto in previsione di un trattamento chemioterapico o radiante che provoca sterilità. A questa amputazione a fin di bene si procede oggi quando la paziente, ancora giovane, pensa di tornare a una vita riproduttiva una volta sconfitto il cancro. Meno convincenti, dal punto di vista pratico e anche etico, le altre applicazioni evocate dal dottor Oktay e dall’inglese Roger Gosden, autore della tecnica usata da Oktay. Per trattare la sterilità da menopausa precoce come per ritardare o attutire gli effetti della menopausa tout court esistono infatti altri modi meno laboriosi, vedi la terapia ormonale sostitutiva. Non c’è dubbio però che l’idea di mettere da parte tessuto ovarico quando si presenta ancora vigoroso per reimpiantarlo quando le ovaie cominciano  a esaurirsi sollecita l’immaginazione collettiva, in un’epoca punteggiata di “miracoli” della procreazione. Poter ricaricare il meccanismo ormonale come se fosse una scheda telefonica e assicurarsi prolungata vitalità è una prospettiva molto attraente, al di là della realizzabilità.

Martedì 5 ottobre 1999

Carlo Flamigni: sul reimpianto eterologo sono perplesso
“Ma non si potranno avere figli a 70 anni”

MILANO (g.m.p) – Professor Carlo Flamigni, lei si è occupato tra i primi di gravidanze tardive. Come giudica il trapianto di tessuto ovarico?
«Se sono le ovaie della stessa donna, lo capisco, anzi lo approvo. Anche noi al Sant’Orsola di Bologna conserviamo frammenti di ovaia e ovaie intere congelati, prelevati da donne in procinto di sottoporsi a una terapia antitumorale che sapevamo procurare una vera menopausa chimica. L’ipotesi più ambiziosa è reimpiantare l’ovaio intero, anche se è difficile che così facendo la donna riacquisti la fertilità. Oppure, altra ipotesi, pensiamo di utilizzare le uova presenti nell’ovaia congelata per la fecondazione in vitro. Quanto alle altre prospettive attenuazione degli effetti indesiderati della menopausa, salute della donna eccetera devo dire che la terapia ormonale sostitutiva è oggi talmente buona che il reimpianto dell’ovaio non ha un gran senso».
Se invece si trattasse di tessuti estranei, cioè di ovaie prelevate da cadavere o donate da un’altra donna?
«Sarei perplesso, perché in questo caso s’imporrebbe una terapia anti rigetto. I trapianti di tuba, il condotto dove passano gli ovociti, sono stati abbandonati proprio per questa ragione: una terapia importante e a rischio per un problema di infertilità è un gesto eccessivo. Tanto più che il trattamento antirigetto ostacola l’impianto dell’embrione e quindi il medico si mette in una situazione ambigua: da un lato fa e dall’altro la disfa». Il chirurgo di New York ha reimpiantato solo frammenti di ovaio. Quale potrebbe essere la ragione? «L’ovaio può esser riutilizzato in vario modo. Non è detto che debba essere reimesso in una condizione tale da renderlo del tutto funzionante, cioè efficiente anche sul piano della fertilità. Basta che sia reinnestato, poniamo, in una tasca peritoneale in modo che riprenda a secernere ormoni e che all’occorrenza possa fornire i follicoli per una fertilizzazione in vitro».
Non è più semplice, a questo punto, usare ovociti scongelati?
«Certo, ma il timore è che, al di fuori di una condizione fisiologica, il recupero degli ovociti possa nel tempo rivelarsi impossibile. Qui si innesta il problema etico dell’età massima per diventare madre, ovvero il problema delle mamme-nonne».
Dopo i casi finiti sui giornali negli anni scorsi, ce ne sono stati altri al Sant’Orsola?
«No, ci siamo tirati fuori da un terreno così paludoso. Il limite che ci siamo posti è che le aspiranti madri non abbiano ancora 52 anni, cioè l’età in cui nelle italiane sopravviene statisticamente la menopausa».



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