IO donna

Novità in VITRO
Una nuova tecnica di fecondazione assistita prevede l’impianto nell’utero di embrioni più maturi.
Riducendo i rischi di aborto e gravidanze plurime
DI PAOLA TROMBETTA

Utero in affitto. Embrioni congelati. Donazione di ovuli e di spermatozoi. La fecondazione assistita continua ad essere al centro di roventi polemiche. Intanto la ricerca continua. E compie un importante passo avanti che accresce le probabilità di successo delle tecniche in vitro. La conferma viene da uno studio realizzato dal Centro di fecondazione assistita che fa capo alla Clinica ostetrico-ginecologica dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, diretta da Carlo Flamigni. I risultati saranno pubblicati il mese prossimo sulla rivista scientifica Journal of assisted reproduction and genetic. E in seguito presentati al congresso dell’American fertility society di San Diego. La novità riguarda l’Impianto in utero di embrioni che hanno già raggiunto una fase avanzata di maturazione. Si favorirebbe così un migliore e più sicuro attecchimento rispetto alle attuali tecniche che prevedono l’inserimento di embrioni che hanno poche ore o vita. E diminuirebbe il rischio di aborti spontanei, oltre che di gravidanze multiple. «Di solito vengono trasferiti in utero embrioni conservati in vitro per un paio di giorni» spiega Eleonora Porcu, responsabile del Centro di fecondazione assistita dell’Ospedale Sant’Orsola. «Durante questo lasso di tempo si ottiene una divisione da due-quattro cellule fino a 32-64 (è i cosiddetto stadio di morula) che corrisponde fisiologicamente alla “fase tubarica”, cioè al momento in cui avviene la fecondazione, cioè la fusione dell’ovulo con lo spermatozoo. In condizioni normali l’ovocita fecondato impiega poi altri tre giorni prima di raggiungere l’utero. E, in questo periodo, si nutre di sostanze che contribuiscono alla sua maturazione. Quando arriva a destinazione contiene addirittura più di 150 cellule (stadio di blastocisti) che più tardi si dividono in due parti: l’una darà origine a placenta e annessi, l’altra al feto vero e proprio. L’Involucro in cui è avvolto l’embrione, in questo stadio di maturazione, si spacca e lascia fuoriuscire alcune cellule che rendono possibile l’adesione alla parete uterina».
E’ questo il momento più critico: il mancato attecchimento dell’embrione, infatti, è una delle principali cause di fallimento delle tecniche in vitro.
«Per ovviare a questo tipo di inconveniente, si è pensato di impiantare l’embrione quando ha raggiunto una condizione di crescita più simile a quella naturale» aggiunge Raffaella Fabbri, biologa del Centro di fecondazione assistita del Sant’Orsaia. «Sono stati studiati particolari terreni di coltura, costituiti da “cellule della granulosa”, le stesse che avvolgono l’ovocita e lo nutrono nelle prime fasi di sviluppo. L’embrione viene mantenuto per cinque giorni in questo ambiente e poi trasferito utero allo stadio di blastocisti, come avviene durante la fecondazione naturale». Quali i vantaggi del “transfer a blastocisti”? «Certamente si favorisce un migliore attecchimento che raggiunge una percentuale di successo del 50 per cento contro il 20-25 per cento dell’impianto tradizionale» assicura Ermanno Greco, responsabile del Centro di medicina e biologia della riproduzione dell’European hospital di Roma, dove si pratica già questa tecnica. «Inoltre, si scongiurano rischi di aborto, spesso causati da anomalie genetiche che impediscono la maturazione fetale”. E si può anche evitare di congelare embrioni per ripetere successivi cicli di fecondazione, altro tema controverso dell’attuale dibattito legislativo. Ma non solo. «Con questo sistema è possibile ridurre a due-tre il numero di embrioni da impiantare» aggiunge Greco. «Con il duplice risultato di rispettare i limiti imposti dalla legge e di contrastare possibili gravidanze multiple». Infatti, oltre il 20 per cento delle gravidanze ottenute con la fecondazione assistita sono gemellari. Ma in alcuni Paesi come Stati Uniti e Canada, si raggiungono punte superiori al 37 per cento. E sono numerosi anche i parti plurigemellari, come quelli avvenuti di recente a Perugia e a Napoli, dovuti in genere alla superovulazione indotta nella donna sottoposta a inseminazione. «Per evitare queste esasperate conseguenze, da qualche anno si comincia a pensare a tecniche di stimolazione ovarica più fisiologiche e meno aggressive» spiega Antonio Perino, direttore della Cattedra di fisiopatologia della riproduzione umana all’Università di Palermo. «Per anni si sono utilizzate le gonadotropine per potenziare l’ovulazione, a conconcentrazioni e dosaggi spesso eccessivi. Con il pericolo di scatenare una vera e propria “tempesta ormonale”, che può causare indesiderati effetti collaterali come la comparsa di cisti multiple”.
Ma, anche da questo punto di vista, la ricerca sta facendo progressi. Uno studio internazionale, che coinvolge per l’Italia le Università di Palermo, Pisa e Napoli, sta sperimentando un nuovo farmaco da usare al posto del Gnrh (l’ormone che favorisce il rilascio di gonadotropine endogene). Il suo compito? «Oltre ad abbreviare i tempi previsti per la maturazione degli ovociti» continua Perino, «questa sostanza consente di ridurre i giorni di stimolazione e il dosaggio di gonadotropine Fsh, scongiurando l’insorgere dei sintomi più comuni di iperstimolazione ovarica».
Infine, una notizia confortante per gli uomini e le donne che, colpiti da gravi malattie soprattutto di origine tumorale, non vogliono rinunciare alla speranza di avere un figlio. Il Centro di fecondazione assistita dell’Ospedale Sant’Orsaia ha attivato il primo centro italiano di raccolta di tessuti gonadici e di gameti congelati. «La tecnica di congelamento più collaudata riguarda spermatozoi e ovociti maturi» spiega Eleonora Porcu «Da poco tempo abbiamo iniziato a congelare anche frammenti di tessuto testicolare e ovarico. Nel primo caso si può trovare una soluzione in presenza di patologie maschili come azospermia (totale assenza di spermatozoi nello sperma), gravi infiammazioni o tumori alla prestata. Nel secondo, si ricorre al prelievo di tessuto ovarico nella donna malata di forme tumorali collegate agli ormoni, in cui la stimolazione ovarica si rivelerebbe senza dubbio rischiosa».
Per il momento, però, è ancora in via di sperimentazione la fase successiva, vale a dire il reimpianto del tessuto congelato nella donna che ha ormai raggiunto la guarigione. Altrettanto sperimentali rimangono le tecniche necessarie per ottenere terreni di coltura adatti a far maturare i follicoli presenti nello stesso tessuto ovarico, trasformandoli in ovociti.

La LEGGE in discussione

Contestato. Ritenuto il più restrittivo d’Europa. Il disegno di legge sulla fecondazione assistita, in discussione in Parlamento, parte dal presupposto che la sterilità sia una patologia da curare.
Per questo consente alle coppie coniugate o conviventi solo la fecondazione omologa, cioè con gameti (ovuli e spermatozoi) che appartengono ai due partner. In più stabilisce che non si possano produrre in vitro, e quindi nemmeno impiantare nell’utero, più di tre embrioni per ogni ciclo.
Il disegno di legge non ammette, Invece: la fecondazione per i single, quella eterologa (con ovuli e spermatozoi ottenuti da donatori esterni alla coppia), le banche di ovociti e spermatozoi, la produzione di embrioni in sovrannumero e il loro congelamento (in tutta Europa, solo la Germania vieta il congelamento degli embrioni), la manipolazione e la sperimentazione sugli embrioni, il trasferimento in utero di gameti del coniuge deceduto, la maternità surrogata (il cosiddetto utero in affitto).

 

 



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