Il giornale

La menopausa può attendere (ma va deciso entro i 30 anni)

Gioia Locati

La menopausa può attendere. Dieci o vent’anni, forse anche di più. E senza assumere ormoni o altre pillole magiche. Basta farsi
congelare un ovaio da giovani. Poi, anticipando l’insorgere dei primi disturbi, poco prima dei 50 anni, ci si fa reimpiantare il proprio tessuto ovarico che avrà la stessa giovinezza, ossia lo stesso numero di follicoli, dell’età in cui lo si era crioconservato. A quel punto il sistema ormonale «inverte la rotta» e la donna si ritrova con le caratteristiche femminili che credeva perdute: il ciclo mestruale riprende la sua regolarità, la pelle torna compatta, le ossa non rischiano più pericolose fratture. Un lungo stop anche a quei «cambiamenti» che molte di noi mal sopportano, dalle scalmane all’insonnia, all’irrequietezza.
In teoria, ma anche nella pratica, è tutto fattibile. La tecnica nasce per preservare la fertilità delle bambine e delle ragazze giovani che si sottopongono a chemio e radioterapia e, con questa finalità, la si adotta da diversi anni (alcune di loro, terminate le cure, sono diventate mamme). Ma, appunto, si tratta di giovani donne cui il normale ciclo riproduttivo è stato definitivamente compromesso poiché alcuni chemioterapici distruggono la funzionalità ovarica.
ELISIR IN LAPAROSCOPIA
Ora, invece, la stessa soluzione è proposta in via sperimentale anche a chi desidera fermare l’orologio biologico. La prima a mettere sul mercato l’elisir chirurgico è la clinica Profarm di Birmingham, in Inghilterra, che ha già crioconservato il tessuto ovarico di nove donne fra i 22 e i 36 anni. Tra i fondatori della clinica vi è Simon Fishel, presidente delll’Uk Care Fertility Group. Fu lui a seguire in vitro la fecondazione che ha portato alla nascita di Natalie Brown, sorella della prima bimba nata
in provetta, Louise. L’intervento non è invasivo, si esegue in laparoscopia per una cifra compresa fra i 7mila e i 12mila euro. Va detto che non si sa cosa succederà quando queste prime sperimentatrici, prossime alla menopausa naturale, si ritroveranno a
fare i conti con un sistema ormonale che «ha fatto marcia indietro». Si sentiranno a loro agio in un corpo «maturo» sollecitato
dagli input ormonali di quando avevano trent’anni? Abbiamo chiesto delucidazioni a Raffaella Fabbri, ricercatrice all’Università Alma Mater di Bologna, considerata una delle pioniere della crioconservazione ovarica. «Siamo stati i primi a mettere a punto la tecnica per dare alle giovani pazienti oncologiche un’opportunità in più rispetto al congelamento degli ovuli».Oggi la criobanca dell’Unità di Ginecologia e Fisiopatologia del Sant’Orsola di Bologna è la più ampia d’Italia, custodisce i tessuti di 900 pazienti. A Torino se ne contano 250, mentre i centri di Milano (San Raffaele) e Palermo custodiscono un numero minore di tessuti.
«La tecnica si è affinata -spiega Fabbri – Agli inizi si prelevava solo una parte della corticale dell’ovaio, quella che contiene i follicoli. Oggi si è visto che asportando l’ovaio si ha a disposizione più tessuto. E, a differenza del congelamento degli ovuli, si torna fertili a lungo, non solo il tempo necessario a dar luogo a un concepimento».
L’intervento avviene prelevando l’ovaio in laparoscopia con un’anestesia generale. «Una volta in laboratorio, il tessuto è  suddiviso in striscioline che vengono congelate singolarmente in azoto liquido a -196 gradi. In questo modo il reimpianto si può ripetere, anche a distanza di anni: ogni porzione di tessuto possiede un numero di follicoli limitato a seconda dell’età del prelievo. Se l’intento è quello di iniziare una gravidanza, si posiziona il tessuto sul residuo dell’ovaio asportato, sempre in laparoscopia. Se invece la paziente non cerca immediatamente un figlio ma desidera la ripresa del ciclo mestruale è sufficiente posizionare il tessuto nel sottocute dell’addome».
Per quanto tempo si ritorna fertili? «Fino all’esaurimento dei follicoli, può essere due-tre come cinque anni. Ciò che fa la differenza è l’età in cui si preleva l’ovaio. L’età migliore è entro i 30 anni; dopo i 35-36 anni è opportuno contare i follicoli con un’ecografia, per non alimentare false speranze. Con ogni paziente bisogna tener conto di tutte le caratteristiche individuali,
le variabili sono tante».
IN FUTURO
In ospedale al momento vengono trattati solo giovani in terapia oncologica e i reimpianti avvengono dopo pochi anni. Ma idealmente non c’è limite: i tessuti congelati sono eterni. In teoria, anche se finora non è mai stato fatto, possono anche aiutare a rallentare la vecchiaia. In strutture private potrebbero accedere alla tecnica anche giovani donne in carriera che desiderano posticipare la maternità. Al momento, grazie alla fertilità congelata sono nati circa 200 bambini nel mondo. «A Bologna due, uno l’anno scorso e uno quest’anno, figli, rispettivamente di una trentacinquenne e di una trentenne. Le giovani si erano entrambe ammalate di linfoma all’età di 29 e di 21 anni, erano state informate della possibilità di crioconservare l’ovaio dai medici dei loro ospedali, il Civili di Brescia e il Gemelli di Roma. Ora sono mamme e non in menopausa».



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