GENTE

COL FREDDO CONSERVO LA SPERANZA DI UN FIGLIO

• Si chiama crioconservazione del tessuto ovarico, consiste nel congelare a -196° campioni di utero nelle pazienti prima che si sottopongano alla chemioterapia, salvaguardando così la loro possibilità di diventare mamme • Pioniera a livello mondiale è la biologa bolognese Raffaella Fabbri che assicura: “Ora si potrà ritrovare la propria femminilità anche dopo un tumore”

da Bologna Raffaella Case

foto di Dante Valenza

C’è una stanza speciale all’ospedale Sant’Orsola Malpighi. Qui, in contenitori sigillati, si conserva, immerso nell’azoto liquido, a -196 gradi, il tessuto ovarico di centinaia di donne che soffrono. Bambine e donne malate di cancro, costrette a sottoporsi a cicli di chemioterapia, che brucia la loro femminilità: blocco dello sviluppo per le più piccole, menopausa anticipata per le adulte. In tutti i casi: grosse difficoltà o impossibilità di avere dei figli, dopo la guarigione.
Siamo nel reparto di Fisiopatologia della riproduzione umana (sotto la direzione del professor Stefano Venturoli): responsabile di questo spazio è la biologa e ricercatrice Raffaella Fabbri, la numero uno in Italia in questo campo. È stata lei, nel 2000, a brevettare il kit di crioconservazione (cioè congelamento) degli ovuli, che viene usato in tutto il mondo: la soluzione in cui gli ovociti vengono conservati. Oggi la prima bimba nata dallo scongelamento in Italia di un ovulo ha dieci anni. Nel resto del mondo i bambini nati così sono alcune centinaia.
Romagnola, 54 anni, la Fabbri studia da dieci la conservazione sotto zero di parti dell’ovaia. La nuova frontiera? Appunto il congelamento del tessuto ovarico. «Tutti i miei sforzi sono concentrati lì», spiega. «La crioconservazione del tessuto ovarico serve alle donne obbligate alla chemioterapia, che distrugge i loro ovociti. Ciò significa che bambine e giovani sottoposte a questa terapia rischiano di non produrre più ormoni sessuali, come gli estrogeni e il progesterone». Cioè le bambine non avranno il ciclo mestruale, né il seno. «Le pazienti di 35 anni, invece, dopo un cancro e la chemioterapia, si trovano in menopausa, con tutte tutte le implicazioni fisiche e psicologiche del caso. In particolare, il congelamento di tessuto ovarico è usato nelle pazienti reduci da cancro al seno: gli ormoni per loro sono veleno e la terapia ormonale può causare ricadute». E invece c’è la crioconservazione e il successivo reimpianto del tessuto ovarico, il metodo utilizzato dalla dottoressa Fabbri.
Come funziona? «È un’operazione semplice, venti minuti in anestesia totale. Si effettua una laparoscopia [vedi box pag 87] per prelevare il tessuto, che poi taglio in minuscole fettine larghe 1 millimetro e

lunghe 2 centimetri. Tutto viene messo in una stecca (un tubicino trasparente) e sottoposto a congelamento. Successivamente questi tessuti vengono trasferiti in contenitori con azoto liquido a -196 gradi».
E poi? «Poi, sempre con una laparoscopia, una volta avvenuta la guarigione, si potrà reinnestare il tessuto ovarico “scongelato”. Poco alla volta queste cellule si rivitalizzano. Ricomincia la produzione di steroidi e la donna ritorna pienamente donna». Quante pazienti si sono sottoposte alla crioconservazione? «Circa 20 bambine e 150 adulte. Nel mondo sono nati già tre piccoli con l’uso di questa tecnica, una bimba concepita addirittura in modo naturale: la madre dopo un cancro aveva recuperato la sua fertilità. Ma si parla poco della crioconservazione, le donne non sono informate, i fondi scarseggiano. Per questo ho fondato, insieme con altri colleghi, un’associazione, la Astro Onlus (per informazioni: www.cryotissue.com), allo scopo di raccogliere fondi per incrementare la ricerca, acquistare attrezzature e devolvere borse di studio a giovani laureati volonterosi.
«Anche perché con la mia équipe guardo già lontano, sto cercando di raggiungere un nuovo traguardo: la coltura in vitro di tessuto ovarico, che porti alla maturazione di follicoli. Da questi potrebbero essere prelevati gli ovuli con cui poi si procederebbe all’inseminazione artificiale. Il che significa il superamento della sterilità femminile, altrimenti irreversibile. La coltura in vitro di tessuto ovarico, infatti, rappresenta un impiego alternativo al reinnesto del tessuto scongelato».
Una nuova sfida, al lavoro.

Raffaella Case

 

Come si procede, da prelievo fino al reinnesto dopo la guarigione

La crioconservazione del tessuto ovarico consiste In due fasi: una prima di estrazione e una seconda di reinnesto del tessuto. Entrambe le operazioni si effettuano con la laparoscopia, intervento di venti minuti, eseguito in anestesia generale.
• 1) Attraverso una piccola incisione all’altezza dell’ombelico si introduce il laparoscopio, strumento con fibre ottiche che permette di vedere gli organi interni.
• 2) Si eseguono altre due incisioni addominali, attraverso le quali si introducono le forbici e si preleva il tessuto che viene portato in laboratorio. Qui viene tagliato in sottilissimi strati di 1 cm di lunghezza e 2 mm di spessore, poi congelati e immersi in azoto liquido a -196 gradi, in contenitori criogenici dove resteranno fino al momento del loro utilizzo. I campioni possono rimanere congelati anche per otto anni.
• 3) Si scongela Il tessuto che viene reinnestato con la laparoscopia: l’utero riprende il suo normale funzionamento.



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