La ricercatrice
Raffaella Fabbri

Biologa, romagnola, 55 anni. Dal 1990 fa parte dell’équipe dell’Unità operativa di Fisiopatologia della Riproduzione umana presso il Policlinico S. Orsola -Malpighi di Bologna. Nel 2001 ha “brevettato” il kit per la crioconservazione di ovociti umani, usato in tutto il mondo per la cura dell’infertilità femminile. Attualmente studia il metodo per migliorare la tecnica di congelamento del tessuto ovarico                      

«Sin da ragazzina volevo diventare medico e, avendo una mentalità scientifica, mi sono dedicata alla biologia. Sono sempre stata “testarda” e questo aspetto del mio carattere è stato ed è la mia iniezione di fiducia. Non mi arrendo mai sono sempre pronta o ricominciare. Al mio senso di fiducia interiore si aggiunge la stima della gente che mi ascolta e si affida alla nostra équipe completamente. A oggi sono centocinquanta le donne (e ci sono anche venti bambine!) che hanno deciso dì riporre nel “freezer” parte del loro tessuto ovarico. Nel mondo sono nate già cinque piccole con l’uso di questa tecnica, ma c’è ancora molta strada da fare. Paure? Tante, come otto anni fa, quando per la prima volta ho scongelato il tessuto di una paziente alla quale erano state tolte le ovaie. E’ stata una gioia immensa e una grande conquista scoprire, dopo una lunga serie di accertamenti, che tutto era a posto. Il primo traguardo di una lunga serie di vittorie: la crioconservazione del tessuto ovarico garantisce una possibile futura fertilità a pazienti che in passato sarebbero state condannate alla sterilità. Bambine e giovani donne sottoposte a terapia rischiano di non produrre più ormoni sessuali, come gli estrogeni e il progesterone. Le bambine non avranno il ciclo mestruale. Le donne, invece, si trovano direttamente in menopausa. Tutte hanno grosse implicazioni psicologiche. Questo è il momento più difficile, quando una donna si accorge che può perdere tutto, che le viene a mancare la femminilità di “femmina riproduttiva”. Ma, al contempo, è l’emozione più bella poter regalare (la procedura è coperta dal Servizio sanitario nazionale, ndr) l’opportunità di “recuperare” l’utero. Un’altra difficoltà è far conoscere queste nostre conquiste: troppa poca informazione e pochi fondi a disposizione. Così ho costituito, con altri colleghi, la Astro Onlus (www.cryotissue.com), un’associazione con finalità di solidarietà sociale, per raccogliere un capitale con cui incentivare gli studi e acquistare attrezzature. Non ho figli, ma se ne avessi una la metterei subito a conoscenza di questi miracoli della scienza, perché non possa mai arrendersi di fronte a una malattia».

Isa Grassano



Lascia un commento

18 − 14 =