Cronaca

Maternità congelata durante la chemio
Ovuli ibernati a 16 donne malate di tumore: dopo le cure potranno diventare madri grazie alla tecnica sperimentata a Bologna

 

Di Donatella Barbetta

 

BOLOGNA – Il viaggio della cicogna nel Terzo Millennio inizierà a meno 196 gradi. E’ la temperatura dell’azoto liquido in cui sono stati congelati i tessuti delle ovaie di sedici giovani donne italiane, tra i 25 e i 34 anni, tutte colpite da forme tumorali, nella speranza di non perdere la fertilità. Per avere la sterilità, conseguente a chemio e radio terapia, le pazienti si sono affidate alla sperimentazione condotta da quasi due anni dal servizio di Fiosiopatologia della riproduzione umana del policlinico Sant’Orsola di Bologna. Un’ altra speranza contro la sterilità, dopo che negli Stati Uniti la scienza è arrivata a sconfiggere chirurgicamente la menopausa.
In cosa consiste questa tecnica? «Attraverso la laparoscopia, quindi con una sonda introdotta nell’addome – spiega il professor Stefano Venturoli, 55 anni, direttore della struttura bolognese – si asporta una porzione di ovaio che in seguito verrà congelato nell’azoto liquido: le donne che si sono rivolte a noi, infatti, andrebbero incontro a sterilità irreversibile al termine delle terapie radio e chemio. Mi risulta che siamo l’unico centro in Italia a portare avanti questo tipo di sperimentazione». Poi, terminate le cure oncologiche e a guarigione avvenuta, arriverà il momento di ridare alle pazienti la possibilità di avere figli. A quel punto gli specialisti avranno di fronte due possibilità: utilizzare in vitro la parte di tessuto ovarico asportato, oppure reimpiantarla nella stessa paziente. «La seconda soluzione è per noi futuribile – ammette il ginecologo – anche se équipe anglo-americane recentemente a New York, hanno percorso proprio la strada chirurgica, al momento limitata a un solo caso. Nella nostra avventura invece abbiamo ancora più bisogno di tempo per studiare e valutare la sopravvivenza del tessuto una volta scongelato».
Qual è la difficoltà? «Il tessuto ovarico è ricco di follicoli con differenti gradi di sviluppo – risponde la dottoressa Raffaella Fabbri, 47 anni, biologa, responsabile del programma sperimentale –. La difficoltà è nella crescita dei follicoli fino a 18-20 mm e nella maturazione, al loro interno, dell’ovocita pronto per essere fertilizzato. Gli studi finora si sono concentrati sul congelamento del tessuto, sappiamo che funziona e siamo incoraggiati nelle nostre ricerche. Più avanti vedremo se follicoli e ovociti hanno mantenuto la loro funzionalità». Quanto bisognerà aspettare per la conclusione della ricerca? «almeno un anno, forse anche di più. – continua Raffaella Fabbri – Appena saremo sicuri di questa prima fase che segue lo scongelamento, passeremo alla tecnica di fecondazione ormai banale per noi». Venturoli, infatti, è allievo del professor Carlo Flamigni, uno dei padri della fecondazione assistita. E proprio al Sant’Orsola è stata messa a punto pochi anni fa la tecnica che ha portato alla nascita dei primi figli del freddo, concepiti da un ovocita scongelato in cui veniva iniettato lo spermatozoo.
Certo, anche per questo ulteriore passo avanti per combattere la sterilità, non mancherà chi solleverà problemi etici. «In un caso come questo – commenta Venturoli – mi sembrerebbe davvero una esasperazione. Ci occupiamo solamente di donne con malattie importanti».

 



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