Corriere Salute

FERTILITA’ UN METODO RIVOLUZIONARIO PER RESTITUIRLA ALLE DONNE CON  TUMORI ALL’APPARATO RIPRODUTTIVO
Bimbi tenuti in braccio
L’ovaio, asportato e reinserito vicino al gomito per proteggerlo dalla radioterapia, riprende a funzionare

Congelare l’ovaio per riutilizzarlo in futuro. Poteva sembrare quasi fantascienza solo pochi anni fa. E invece ora è diventata una possibilità reale per le donne che non possono più avere figli dopo l’asportazione del loro prezioso organo riproduttivo. L’iniziativa di togliere un ovaio, conservarlo sotto zero, e poi reimpiantarlo nel corpo della proprietaria quando serve, viene dal New York Methodist Hospital ed è il risultato degli studi condotti in questi anni da un’équipe anglo-statunitense.
«Volevamo consentire di avere altre gravidanze anche alle donne prive delle loro ovaie, per cui abbiamo messo a punto una tecnica ad hoc per questo scopo», premette il britannico Roger Golden.

Nell’addome
L’idea parte da lontano, perché il ricercatore iniziò i suoi studi su pecore e scrofe, dimostrando che il tessuto ovarico sopporta bene le manipolazioni (espianto e congelamento) e riprende a funzionare quando viene di nuovo reimpiantato. Non senza qualche apprensione Golden decise di passare alla sperimentazione sugli umani e trovò una sponda disponibile nel chirurgo newyorkese Kutluk Oktay. L’occasione per provare per la prima volta questa procedura in una donna è venuta alla fine del 1999. «Si trattava di Margaret Lloyd-Hart, una danzatrice dell’Arizona alla quale era stato rimosso un ovaio a 17 anni.
Ora doveva privarsi anche del secondo per la comparsa di una grossa cisti, per cui rischiava di non poter avere più figli ed entrare in menopausa a poco più di trenta anni» precisa Oktay. Prima di procedere all’intervento la paziente acconsentì a prelevare alcuni lembi del proprio ovaio, che vennero congelati e conservati. Sei mesi dopo il tessuto venne scongelato e reimpiantato con successo nell’addome di Margaret tanto che la paziente sviluppò un follicolo ed ebbe un ritorno dei cicli mestruali, segni inequivocabili di una ripresa della produzione ormonale.

Fuori sede
Spronati da questi risultati gli studiosi statunitensi hanno pensato di applicare il metodo alle donne che non possono ricevere un reimpianto nell’addome, perché sottoposte alla radioterapia per la comparsa di tumori maligni dell’ovaio o dell’utero. Inoltre, volevano trovare una collocazione più accessibile e monitorabile di quella addominale anche per le donne prive delle ovaie per malattie di tipo benigno, come le cisti per l’appunto. Dopo una serie di valutazioni tecniche e chirurgiche la scelta è caduta sull’avanbraccio.
Questa volta sono state considerate due pazienti, la prima con un tumore al collo dell’utero e la seconda con grosse citi ad entrambe le ovaie.
A ciascuna sono stati prelevati alcuni lembi di tessuto che sono stati reimpiantati qualche centimetro sotto la piega del gomito prima delle cure programmate, cioè radiazioni e chemioterapia nel primo caso e asportazione delle ovaie nel secondo.

Terapia ormonale
In un primo tempo tutte e due le pazienti vengono sottoposte ad una terapia ormonale sostitutiva, perché i dosaggi dimostrano la presenza di una menopausa.
Dopo cerca 3 mesi però, però, entrambe notano entrambe notano un rigonfiamento strano sul loro avanbraccio, proprio dov’è avvenuto l’impianto di ovaio. Un’ecografia dimostra un0intensa attività follicolare del tessuto reimpiantato con addirittura un follicolo dominante, cioè pronto per l’ovulazione, in una delle due donne.
Si tratta dei segni inequivocabili della ripresa di un’attività ormonale autonoma, motivo per cui i medici sospendono la terapia sostitutiva. Gli esami dei giorni successivi dimostrano che le due donne non sono più in menopausa. La paziente con utero indenne inizia ad avere mestruazioni regolari. L’altra donna, affetta dal tumore del collo dell’utero, non raggiunge invece i livelli ormonali necessari a determinare l’ovulazione; in prospettiva di una gravidanza surrogata si stimolano alcuni follicoli con una terapia appropriata, senza però riuscire a fertilizzare l’unica cellula uovo potenzialmente adatta allo scopo.
ROBERTO MANFRINI

Pronti ad eseguire l’intervento anche in Italia
CI SONO GIA’ LE PREMESSE PER LA SPERIMENTAZIONE

L’esperimento di Oktay ha avuto una pronta eco anche nel nostro Paese. «Si tratta senz’altro di risultati molto interessanti e incoraggianti sulla strada del trattamento delle condizioni di infertilità, soprattutto nelle donne sottoposte a cicli di terapie antitumorali», precisa Raffaella Fabbri, del Servizio di fisiopatologia della riproduzione umana dell’Università di Bologna.
«In Italia non è ancora stato effettuato questo tipo di intervento, ma siamo pronti ad eseguirlo, perché abbiamo già congelato il tessuto di alcune pazienti e saremo pronti  a reimpiantarlo non appena saremo sicuri che il tumore è realmente scomparso». Finora il reimpianto di ovaio nell’avanbraccio aveva riguardato solo le scimmie ma questi risultati aprono scenari nuovi nel trattamento dell’infertilità.
«Il tessuto trapiantato riprende le funzioni fisiologiche ed è capace di produrre cellule uovo, per cui questa tecnica può essere usata con successo per restituire la fertilità sia in donne con utero conservato sia in quelle senza» sottolinea la specialista.
«Inoltre, preservare la fertilità nelle malate di cancro sottoposte a terapie antitumorali aggressive può avere un effetto positivo sull’umore su donne che non vedrebbero più preclusa una futura maternità» conclude Raffaella Fabbri.

Il tessuto reimpiantato riprende le funzioni fisiologiche ed è capace di produrre cellule uovo.



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