Corriere Della Sera

La donatrice è la sorella, la paziente non potrà trasmettere il proprio patrimonio genetico ai figli. Entrambe stanno bene
Cina, primo trapianto al mondo di ovaie
L’intervento su una donna colpita da tumore. Sirchia: ciò che la scienza consente non sempre è lecito

MILANO – Per la prima volta al mondo una donna ha ricevuto il trapianto di un ovaio, donato dalla sorella. L’intervento è avvenuto in Cina all’ospedale universitario della provincia di Zhejiang, nella parte orientale del Paese, il 5 marzo scorso, ma la notizia è stata data soltanto oggi dal quotidiano China Daily e dall’agenzia di stampa Xinhua. «Non avevamo mai eseguito un intervento di questo genere e siamo orgogliosi di averlo fatto», ha commentato il chirurgo dell’équipe dell’ospedale, Zheng Wei. Secondo il medico il trapianto di ovaie rappresenta un pietra miliare nella chirurgia della riproduzione paragonabile ai primi esperimenti di fecondazione in vitro.

LA DONATRICE – Alla paziente, una giovane donna di 34 anni di nome Tang Fangfang, madre di una bambina di dieci anni, erano state asportate due anni fa le ovaie e le tube di Falloppio per un tumore: la donna era così andata incontro a una menopausa precoce e, non avendo più mestruazioni e non producendo più gli ormoni sessuali, ha cominciato ad invecchiare prematuramente. Si era rivolta allora ai medici dell’università di Zhejiang che le hanno proposto il trapianto. Sin trattava però di trovare una donatrice e fortunatamente la sorella più giovane, Tang Yezi, era risultata altamente compatibile: una situazione che i solito si verifica soltanto fra gemelli.
Entrambe le sorelle ora stanno bene: dopo due settimane dal trapianto la donna e stata dimessa dall’ospedale e l’ovaio, secondo i medici, ha cominciato a funzionare e a produrre ormoni. Per ora l’obiettivo dell’intervento sarebbe quello di ritardare i disturbi legati a una menopausa precoce, ma il trapianto di ovaio potrebbe ridare dal alcune donne anche la possibilità di procreare.

I PRECEDENTI – Il risultato ottenuto dai chirurghi cinesi è una prima mondiale, rispetto a esperimenti precedenti, per due motivi. Il primo è che sarebbe stato trapiantato un ovaio intero. Il secondo è che l’ovaio è stato donato da un’altra donna e si tratta quindi di un eterotrapianto.
Ne 1999 un gruppo di chirurghi inglesi e americani guidati da Roger Gosden dell’università di Leeds avevano già eseguito un autotrapianto di tessuto ovarico. La paziente, Margaret Lloyd-Hart, era una ballerina americana di trent’anni che aveva subito l’asportazione di entrambe le ovaie per una malattia benigna. Dopo l’intervento, parte del tessuto ovarico sano, in tutto una sessantina di frammenti, era stato congelato e successivamente reimpiantato alla donna. Anche in quel caso l’obiettivo principale era quello di correggere le anomalie dovute alla menopausa precoce.
Ma i medici stanno anche pensando di ricorrere all’autotrapianto di tessuto ovarico per permettere a persone, sottoposte a chemioterapie o a radioterapie per un tumore, cioè a terapie che possono comportare sterilità, di riacquistare la possibilità di avere figli.
Anche sul versante maschile, sono in corso esperimenti di autotrapianto di tessuto del testicolo per ridare agli uomini, sempre sottoposti a terapie antitumorali la capacità riproduttiva: una dozzina di pazienti inglesi hanno ricevuto nel 2000 un trapianto di tessuto testicolare precedentemente congelato ed è ipotizzabile che la prossima tappa nella medicina dei trapianti sia l’impianto dell’ intero testicolo

LE REAZIONI – Di fronte all’annuncio de primo trapianto di ovaio, mondo scientifico italiano si spacca. «E’ un crimine contro la sacralità della vita», commenta Ignazio Marino. «L’intervento è eticamente inaccettabile», continua il direttore dell’istituto Mediterraneo per i trapianti di Palermo. Marino sottolinea il fatto che il trapianto di ovaio da donatore non salva vite umane e che qualora l’obiettivo sia la procreazione, il patrimonio genetico trasmesso al figlio nel caso di gravidanza non sarà quello della donna sottoposta al trapianto, ma quello della donatrice
Anche il ministro della Sanità Girolamo Sirchia è sulla stessa linea: «Il trapianto di ovaio – dice – è da condannare: non sono io a dirlo, ma tutto il mondo occidentale dove questo tipo di interventi non trovano spazio. Quello che la scienza consente non è detto che sia sempre lecito».
Nessun dubbio etico invece per l’esperto di bioetica Demetrio Neri dell’università di Messina.
«Se c’è una patologia, come nel caso della donna cinese. Non vedo perché non possa essere trattata con gli strumenti che la scienza mette a disposizione». Intanto Francesc0 D’Agostino, presidente emerito del Comitato nazionale di bioetica ammette la necessità di aprire una nuova riflessione sull’ennesimo caso estremo per «superare i limiti della fertilità naturale»
Adriana Bazzi

Flamigni: operazione rischiosa, meglio la fecondazione in vitro

MILANO – «Se l’obiettivo del trapianto di ovaio è la cura dei disturbi dovuti alla menopausa precoce, è inutile. Se l’obiettivo è la procreazione, è ugualmente inutile, perché non cambia nulla rispetto alla donazione di ovuli». A «bocciare» il trapianto di ovaio è Carlo Flamigni, ginecologo dell’università di Bologna e pioniere nel campo della fecondazione in vitro.
Sia il nuovo trapianto di ovaio, sia un precedente esperimento di autotrapianto su una donna americana puntano proprio, secondo alcuni esperti, a ristabilire l’equilibrio ormonale perduto e prevenire quei disturbi legati a una menopausa precoce. Perché li considera inutili?
«Perché oggi abbiamo la possibilità di trattare la menopausa precoce conseguente all’asportazione delle ovaie, con farmaci a base di ormoni naturali che permettono di riprodurre i cicli ormonali fisiologici. Gli estrogeni e i progestinici che oggi abbiamo a disposizione hanno radicalmente cambiato la cosiddetta terapia sostitutiva per la menopausa, rendendola molto più maneggevole. D’altra parte l’intervento di trapianto comporta un rischio operatorio e l’organo può avere difficoltà ad attecchire. Non solo. Presuppone una terapia antirigetto che non è priva di effetti collaterali».
Parliamo della possibilità di restituire alla donna la capacità di procreare con un trapianto da donatrice.
«Il trapianto non aggiunge nulla all’ovodonazione, cioè alla possibilità per una donna di ricorrere a una fecondazione in vitro con ovuli donati. Non credo che questa strada porterà molto lontano».
Il suo gruppo da tempo sta sperimentando tecniche di congelamento delle ovaie e degli ovuli nella prospettiva di un autotrapianto. A che punto sono gli esperimenti?
«L’idea è quella di prelevare tessuto ovarico a una donna prima che si sottoponga a chemioterapia o a radioterapia anti-tumore e di reimpiantarlo successivamente nella stessa paziente per ristabilire la capacità riproduttiva. Abbiamo verificato che l’ovaio intero è troppo grosso perché possa essere congelato. Meglio conservare sottili strisce di tessuto».
Avete già eseguito interventi di reimpianto di questi tessuti?
«Non ancora. Alcune donne ammalate di tumore e trattate con le terapie anti tumorali ci hanno chiesto di conservare il loro ovaio, ma prima del reimpianto dobbiamo aspettare alcuni anni, almeno cinque, per considerare il tumore guarito e per pensare a un’eventuale gravidanza. E poi c’è sempre il rischio che i tessuti conservati possano contenere cellule tumorali ed è molto difficile ricostruire la funzione dell’ovaio e delle tube in modo tale da permettere la fecondazione naturale».
Tutte queste tecniche sembrano avere molte controindicazioni. Qual è la via migliore da percorrere per arrivare a una vera soluzione?
«La strada più promettente potrebbe essere la cosiddetta aploidizzazione, qualcosa di analogo alla clonazione. Mi spiego. Le cellule riproduttive come l’ovocita contengono soltanto metà del patrimonio genetico e si chiamano per questo aploidi, quelle somatiche lo contengono tutto e sono diploidi. Si potrebbe allora pensare di costruire un ovulo partendo da una cellula somatica e inserendo il nucleo di quest’ultima in un ovulo privato del suo nucleo. La nuova cellula è capace di espellere la metà dei cromosomi e di trasformarsi in un ovulo fertilizzabile dagli spermatozoi».
Tutto questo potrebbe mandare in soffitta i trapianti a scopo riproduttivo, ma quando si potrà realizzare?
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